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A Madonna di Campiglio e Cortina d’Ampezzo sbarca il colosso Usa del pollo fritto : KFC nel cuore dello sci italiano
Dal bucket alla baita: il pollo fritto sbarca in quota e spacca le Dolomiti
Secchielli di alette croccanti tra le vette patrimonio UNESCO e l’odore di frittura che si mescola all’aria rarefatta dei duemila metri. L’annuncio dell’apertura di due punti vendita KFC (Kentucky Fried Chicken) nel cuore dello sci italiano — a Madonna di Campiglio e a Cortina d’Ampezzo — segna un punto di rottura netto nel modo di concepire la ristorazione e l’esperienza alpina.
Non si tratta di una semplice novità gastronomica per sciatori affamati, ma del simbolo plastico di una mutazione genetica del turismo montano, destinata ad accendere uno scontro feroce tra logiche di intrattenimento globale e tutela dell’identità locale.
Le location: tra après-ski esclusivi e vetrate a duemila metri
La strategia del colosso americano punta dritta ai poli nevralgici del turismo invernale di fascia alta, inserendosi in contesti già votati a un modello di intrattenimento contemporaneo:
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Madonna di Campiglio (1.700 m): l’outlet sorgerà nella Piana di Nambino, innestandosi nell’area dell’après-ski del Super G, realtà già ampiamente discussa nella passata stagione per i format ad alto volume sonoro e le feste sulla neve.
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Cortina d’Ampezzo (2.123 m): l’approdo è ancora più in quota, all’interno del comprensorio Monte Faloria-Cristallo. La sede sarà integrata nel contesto del Faloria Mountain Club, celebre per la sua terrazza panoramica e le ampie vetrate che dominano le piste.
La denuncia: «La montagna ridotta a semplice fondale»
La reazione del mondo ambientalista e di chi difende una visione tradizionale delle terre alte non si è fatta attendere. A sintetizzare lo sdegno è Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, che punta il dito contro quella che definisce una vera e propria colonizzazione commerciale:
«Siamo di fronte a una scelta di investimento culturale mercantile, una trasformazione della montagna. Si getta il vecchio, cioè la parte romantica della montagna, la fatica, la natura, per fare spazio a brand di lusso, all’omologazione che già esiste nelle aree urbane.»
L’attacco di Casanova fotografa il declino del modello del rifugio come presidio culturale:
«Questo è il tipo di mercato di cui ha bisogno lo sci per sopravvivere. È finita la stagione della polenta con le luganeghe e dei canti serali. Ora a migliaia di consumatori si offre pollo fritto, musica a tutto volume, raduni motoristici e voli in elicottero. La montagna rimarrà null’altro che uno sfondo, benché fondamentale anche per questo tipo di intrattenimento.»
Luna park delle nevi o naturale evoluzione dei consumi?
L’approdo del fast-food globale a quota duemila metri mette sul tavolo una contraddizione evidente.
Da una parte c’è l’esigenza dell’industria dello sci di intercettare un pubblico giovane, internazionale e abituato ai ritmi delle grandi metropoli, dove il pasto sulle piste deve essere rapido, standardizzato e inserito in una cornice di “lifestyle” continuo (dj-set, aperitivi, brand iconici). In questo modello, la quota non è più un limite geografico, ma un moltiplicatore di visibilità per marchi globali.
Dall’altra c’è il rischio tangibile di desertificazione identitaria. Sostituire le eccellenze enogastronomiche di malga con catene multinazionali accelera l’omologazione urbana: se a Cortina o Campiglio si trovano gli stessi sapori, gli stessi loghi e gli stessi decibel di una piazza di Milano o Londra, la montagna cessa di essere un luogo con un’anima e diventa un parco a tema per il consumo veloce.
La sfida, a questo punto, non è solo tra polenta e pollo fritto, ma su quale modello di sostenibilità culturale si voglia garantire alle Alpi per i prossimi decenni.





